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ATTUALITÀ POLITICA | 03 aprile 2025, 12:12

Nel 2000, Giovanni Paolo II lanciava uno dei suoi appelli più profetici, pronunciando un monito che oggi risuona con una drammatica attualità

«L’umanità è a un bivio. Essa possiede oggi strumenti d’inaudita potenza: può fare di questo mondo un giardino o ridurlo a un ammasso di macerie»

Nel 2000, Giovanni Paolo II lanciava uno dei suoi appelli più profetici, pronunciando un monito che oggi risuona con una drammatica attualità

Sono passati vent’anni dalla morte di San Giovanni Paolo II, un anniversario che ci riporta alla memoria non solo la grandezza del suo pontificato, ma anche la profondità dei suoi insegnamenti, che oggi sembrano più che mai attuali. Era la sera di sabato 2 aprile 2005 quando milioni di persone in tutto il mondo piansero la sua morte. Venti anni dopo, il suo ricordo è ancora vivo, celebrato come uno dei più grandi difensori della vita, della dignità umana e della libertà religiosa. Tuttavia, troppo spesso si sottolinea in maniera quasi esclusiva il suo anticomunismo, dimenticando che le sue parole e le sue azioni erano guidate da una visione molto più profonda e universale.

Nel 2000, Giovanni Paolo II lanciava uno dei suoi appelli più profetici, pronunciando un monito che oggi risuona con una drammatica attualità: «L’umanità è a un bivio. Essa possiede oggi strumenti d’inaudita potenza: può fare di questo mondo un giardino o ridurlo a un ammasso di macerie». Queste parole, ascoltate con un certo scetticismo all'epoca, si sono rivelate una premonizione di ciò che il mondo ha vissuto e sta vivendo oggi: conflitti incessanti, guerre ingiustificate, e un’accelerazione del consumismo che sembra spazzare via ogni valore di solidarietà e giustizia. Quella frase pronunciata nella piazza di San Pietro, insieme all'ostentata presenza della Madonna di Fatima, ci faceva comprendere quanto il Pontefice sentisse il peso della storia e la gravità del momento storico che stava attraversando. Un periodo in cui, per molti, la fine del comunismo pareva segnare l'inizio di un'epoca di pace globale, mentre per Giovanni Paolo II non era che una transizione temporanea, un ponte instabile verso nuove sfide.

Nel 1991, già dopo la fine della Guerra Fredda, Giovanni Paolo II si oppose fermamente alla prima guerra del Golfo. La sua voce solitaria, in un mondo che sembrava d'accordo nel sostenere l'intervento armato, evidenziava un principio che rimane centrale nel suo magistero: la pace non si costruisce attraverso la violenza. Nel 2003, quando l'Occidente decise di intraprendere una nuova guerra in Iraq, il Papa, ormai gravemente malato di Parkinson, sentì il bisogno di esprimere nuovamente il suo “no” alla guerra. Le sue parole all’Angelus di quel giorno sono rimaste scolpite nella memoria collettiva: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”». Questa frase, pronunciata con una forza che solo un uomo che aveva visto il dramma della guerra da vicino avrebbe potuto esprimere, era un appello a non ripetere gli errori del passato, a non lasciarsi sopraffare dalla logica della violenza.

Le parole del Papa non si fermano mai alla superficie degli eventi, ma arrivano a toccare il cuore delle questioni più profonde. Come lui stesso disse in un’altra occasione: «La pace non è solo l'assenza della guerra, ma è anche la costruzione di una nuova cultura, fondata sulla giustizia e sul rispetto reciproco». Oggi, purtroppo, la situazione internazionale sembra non voler ascoltare quei richiami. La corsa agli armamenti, il proliferare di conflitti regionali e globali, la retorica della paura alimentata dalla propaganda e dai media, sembrano preoccupazioni che nulla hanno a che fare con quella "cultura della pace" che Giovanni Paolo II tanto desiderava vedere fiorire.

Eppure, anche in un contesto così cupo, le parole del Papa continuano a risuonare come una luce lontana, ma luminosa. Il suo appello alla pace, alla nonviolenza e al dialogo, continua a essere la più grande eredità che ci ha lasciato. E oggi, forse più che mai, dobbiamo fare nostre le sue parole e ricordare che la pace non è solo una speranza, ma una responsabilità. Un invito a tutti, senza distinzioni, a costruire insieme un mondo migliore, prima che sia troppo tardi.

Le sue parole contro la guerra sono oggi più che mai un grido solitario in un mondo che sembra dimenticare la lezione della storia. L’attualità dei suoi insegnamenti ci spinge a non abbassare la guardia, a ricordare che l’umanità ha sempre la possibilità di scegliere tra la costruzione di un “giardino” o la creazione di “macerie”. Una scelta che, alla fine, riguarda ognuno di noi.

pi.mi.

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