Ouade è un giovane impiegato pubblico, valdostano e cittadino del mondo, che ha deciso di offrire la sua intelligenza alla comunità insediatasi almeno 6000 anni fa ai piedi del Mont Emilius di cui siamo umili eredi.
In questi giorni, all’interno di una iniziativa di promozione culturale chiamata Plaisir de Culture, ha accompagnato, con le bravissime archeologhe in forze presso l’assessorato competente, un gruppo di visitatrici di lingua araba a conoscere l’area megalitica di Saint Martin de Corleans: posto unico al mondo, ignorato dai più. Nell’oscurità magnetica di questo insediamento spoglio e pietroso, nel suo vasto vuoto appena increspato da segni scolpiti nella roccia o scavati nella terra, possono germinare fantasticherie eccentriche e antiche memorie.
Ouade ha assunto il suo ruolo di ambasciatore di culture parlando in italiano e in arabo, raccontando di similitudini, di corrispondenze e simboli comuni tra gli abitanti d’Oriente e d’Occidente con tale solennità che sembrava aver ricevuto un’investitura superiore. Sarà per questo che ha assunto una postura sacerdotale: i piedi uniti, una gestualità squadrata, fitta di elevazioni delle braccia verso la calotta nera del museo e di cadute verso il legno e la terra color sabbia cercando, come lo sciamano di intercedere tra Terra e Cielo.
È bello ascoltare una lingua senza capirla: ci si può concentrare sulla sua musica, in questo caso fatta di curve intonative fluide e ardenti, di arsure, di pronunce secche interrotte da improvvisi scrosci umidi d’acqua e di saliva. Si rischia d’essere rapiti, ipnotizzati se non fosse che i racconti sono brevi e non c’è abbastanza tempo per abbandonarsi del tutto.
Ma si può apprezzare, subito dopo, come una persona di madrelingua araba possa impadronirsi dell’italiano con un così raffinato gusto per il significato esatto, con una tensione continua verso la scelta del termine giusto condita da un accento esotico, che permea ogni messaggio di sensualità.
Le tante donne presenti sono migrate lungo il percorso con lentezza e un’attenzione discontinua, ma sempre rispettosa: hanno aggiunto particolari propri ai racconti di Ouade, per confermare o correggere le informazioni sulla base di una esperienza in patria raccolta durante la loro giovinezza, la stagione mitica della vita.
Al termine del viaggio tra le pietre più antiche e le effigie umane scolpite per tratti essenziali così divenuti sacri, ho abbracciato commosso Ouade, Sacerdote delle Persone Unite, perché incantato dalla meraviglia e dalla serietà con la quale ha scoperto e confessato a tutti quanto bello sia trovare un NOI che sgretola per incanto ogni barriera: le donne e gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo tracciano solchi sulla terra, per prepararla alla prosperità cui agognano, e ne adorano i segni; ognuno rischia di perdersi nel Mondo, e allora misura, cerca dei punti e delle linee sulle quali trovare dimora e verso cui muoversi, per non perdersi nelle distese di spazi troppo grandi e non farsi schiacciare dalle stelle del cielo…
Infine, tutti rendono onore alla morte, ne scrutano la porta per capire se e cosa nasconde ai nostri sensi, tutti si legano a vicenda per prepararsi al salto verso l’ignoto, insieme.
In questa città non ci sono “noi e gli altri” ma solo un NOI, nel nome di ciò che lega il genere umano prima della storia, al di là di ogni destino individuale: che tanti Ouade popolino le nostre montagne per distendere le corde più lunghe e robuste alle quali attaccarsi, da ogni punta a ogni valle, da una parte all’altra del Mondo.